Il diritto di escludere non è legittimo #voisapete

Il diritto di escludere non è legittimo #voisapete

Pubblichiamo l’articolo scritto da Donatella Di Cesare per Il Corriere della Sera.

Si può dire che la cultura europea taccia sul tema della migrazione? Se le voci di intellettuali, scrittori, filosofi, non trovano risonanza, è perché sono coperte dal frastuono assordante dei benpensanti che si nutrono d’indifferenza e dei criptorazzisti che praticano il gergo dell’aggressione. Questo vale tanto più per l’Italia dove si preferisce dare la parola a vip, cantanti, cuochi (con tutto il rispetto per loro), piuttosto che lasciar parlare un intellettuale.

Vale la pena ricordare che il dibattito sulla migrazione è iniziato nell’America degli anni ’80. Già per John Rawls il fenomeno avrebbe dovuto essere eliminato o disciplinato. Ma il primo a teorizzare i confini chiusi è stato Michael Walzer che si è sempre mosso nel solco di una politica reazionaria e normativa. Oltre a essere stato il teorico della «guerra giusta», può vantare un altro grave primato: dopo di lui la democrazia diventa compatibile con la politica dell’esclusione. I partigiani dei confini chiusi sostengono tre argomenti: l’autodeterminazione del popolo; la difesa dell’integrità nazionale; la proprietà territoriale. I promotori dei confini aperti, per primo Joseph Carens, si limitano alla richiesta di circolazione. Non è che l’altra faccia del neoliberismo. Ma chi ha subìto le sevizie della guerra, cha sopportato la fame, la miseria, non chiede di circolare liberamente dove che sia; spera piuttosto di essere accolto.

Migrare non è un dato biologico. Sbagliato impostare la questione partendo dall’homo sapiens. La migrazione di oggi nasce nella modernità, quando si scopre che il globo è finito e va condiviso. Migrare è un atto esistenziale e politico, dovuto a numerosi motivi, patito, ma anche scelto. Rinvia al paesaggio in cui s’incontra l’altro, dove l’incontro potrebbe precipitare nello scontro, l’ospitalità volgersi in ostilità.

L’accoglienza, però, non può essere affidata solo alla fede religiosa né relegata alla morale privata. Prima di essere culturale, la questione è politica. Si riassume in questa domanda: possono gli Stati impedire l’immigrazione? Hanno i cittadini il diritto di escludere l’immigrato, il potere sovrano di dire «no»? Se sarà forse legale, questo diritto non è legittimo. E si basa su un equivoco: che essere cittadini significhi essere comproprietari del territorio nazionale. Di qui il gesto discriminatorio che rivendica a sé il luogo in modo esclusivo. Il problema è lo Stato nazionale. Quello che viviamo è uno scontro epocale fra lo Stato e i migranti, dove i cittadini sono spinti a giudicare quel che avviene lì fuori con un’ottica statocentrica. Difendono perciò i loro privilegi, non i diritti umani. Immaginano di avere la proprietà del suolo, rivendicano una discendenza di nascita, finiscono per credere che al démos corrisponda un éthnos, che il popolo debba avere confini etnici o «razziali», immaginano di avere il diritto di decidere con chi coabitare. Già Arendt aveva denunciato in questo preteso diritto il cuore della politica nazionalsocialista. Bisogna conoscere per riconoscere.

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