«Incastrati in Libia, in una Libia nel caos» #voisapete

«Incastrati in Libia, in una Libia nel caos» #voisapete

Rilanciamo le parole con le quali la giornalista Francesca Mannocchi risponde al direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, facendo un quadro della situazione in cui si trovano i migranti presenti in Libia. 

Soprassiedo sul sessismo, tentazione irrinunciabile del direttore Marco Travaglio, per dedicare qualche minuto del mio tempo a rispondergli con il supporto dei numeri, del buon senso e della logica.

Lavoro in Libia da diversi anni – cosa che forse il direttore ignora – della Libia ho raccontato politica e guerre, migrazioni ed economia. Ho intervistato persone in fuga, visitato molti centri di detenzione, ascoltato le storie di uomini donne e bambini imprigionati, incontrato trafficanti e primi ministri.

Quindi la mia conoscenza del paese è – diciamo – piuttosto verticale, approfondita e le mie fonti sono più che solide.

Ricordo a tale proposito che sono stata la prima a far uscire notizie e fonte locale sul presunto pagamento di cinque milioni di dollari alle milizie dell’ovest della Libia per arginare le partenze dei migranti (veda MEE, Middle East Eye dello scorso agosto).
Per abitudine non mi piego ai proclami, di qualsiasi provenienza essi siano, e qualsiasi governo assecondino. Ho criticato Minniti e con la medesima forza (quella dei dati oggettivi e della conoscenza profonda della complessità della Libia) critico questo governo.

In Libia IOM stima la presenza di 700 mila migranti, presenza non significa pronti-a-partire, dato che semplicemente non esiste. Come il direttore Travaglio può facilmente verificare sulle statistiche di UNHCR le persone presenti nei centri di detenzione ufficiali – cioè gestiti dall’ufficio anti immigrazione clandestina del ministero dell’interno libico – sono circa 30 mila. E il direttore Travaglio, mentre ironizza sulle vacanze nei lager (ah, ma non erano centri di accoglienza per voi?) dovrebbe sapere che per lunghi anni la Libia è stato paese di destinazione e non di transito. Paese cioè in cui decine di persone si recavano per lavorare e garantire un’entrata alle loro famiglie. Secondo IOM prima della caduta del regime di Gheddafi i migranti in Libia erano tra due milioni e due milioni e mezzo, molti dei quali andati via – non in Europa, per capirci, scappati e anche evacuati dalle organizzazioni internazionali verso i propri paesi di origine.

La linea ufficiale dell’IOM – io cito le fonti – è che “non si può assolutamente fare una stima delle persone che vogliono partire, la maggior parte delle persone che si trovano in Libia è acclarato che non vogliono partire, molte non hanno un piano migratorio”. Dunque quello che dice Travaglio dimostra una conoscenza superficiale del tema Libia e del tema migratorio.

Oggi molte di queste persone sono incastrate in Libia, in una Libia nel caos. E anche per questo, per smentire ‘il milione’ basta leggere i grafici delle partenze degli ultimi anni.

Riguardo al ‘milione di persone’, inoltre, mi limito a segnalare che questi dati vengono ripetutamente diffusi dal portavoce della Guardia Costiera libica Ayoub Qasim, lo stesso per intenderci che afferma che le ONG siano un fattore attrattivo (dato come ricordavo ieri smentito da diversi studi e report), lo stesso che sembra ripetere veline del nostro ministero dell’Interno.

Mi sembra difficile – con molto rispetto – che altri colleghi abbiano potuto contare, uno per uno, un milione di persone e chiesto ad ognuno se abbia o meno intenzione di partire.

Ciò detto invito nuovamente il direttore Travaglio a leggere le denunce delle Nazioni Unite sulle connivenze tra milizie locali, trafficanti e guardie costiere.

Con un pizzico di presunzione lo invito anche a leggere i miei pezzi, da quei centri di detenzione di cui si riempie la bocca.

E per finire, lo invito a passare una settimana su una imbarcazione delle Ong nel Mediterraneo, racconterebbe quel mare che tanto gli piace descrivere come Mar West con un pizzico di cognizione in più.

Francesca Mannocchi

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